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L'odio online in Italia non è più un fenomeno di nicchia. Le parole pronunciate dalla senatrice a vita Liliana Segre durante il recente convegno dell'Oscad, in cui ha raccontato di ricevere ancora oggi messaggi che le augurano la morte, fotografano una realtà che riguarda tutti noi. Non è solo una questione di politica o di memoria storica. È un problema sociale, culturale e anche economico, perché l'odio digitale produce vittime reali e costi concreti per chi lo subisce.

Quando una donna di 96 anni, sopravvissuta ad Auschwitz, deve ancora difendersi da insulti pubblici, significa che gli strumenti di contrasto messi in campo finora non stanno funzionando come dovrebbero. E significa soprattutto che serve una riflessione seria, basata sui dati, su come proteggere le persone più esposte.

Risorse utili per la sicurezza digitale e quotidiana:

I numeri di un fenomeno sottovalutato

Secondo i dati dell'Osservatorio per la Sicurezza Contro gli Atti Discriminatori, le segnalazioni di episodi d'odio in rete sono cresciute costantemente negli ultimi anni. Le categorie più colpite restano le stesse: ebrei, persone con disabilità, migranti, comunità LGBTQ+ e donne esposte pubblicamente. Ma la novità degli ultimi mesi è la progressiva normalizzazione del linguaggio violento, che ormai non si nasconde più dietro profili anonimi e si manifesta a volto scoperto.

Il caso Segre è emblematico proprio per questo. Chi scrive frasi come "perché non muori" a una senatrice a vita non teme conseguenze sociali. E questa è la vera emergenza: l'impunità percepita alimenta il fenomeno più di qualsiasi algoritmo.

Perché le piattaforme non bastano

I grandi social network hanno introdotto negli anni sistemi di moderazione automatica, ma la loro efficacia resta limitata. L'intelligenza artificiale intercetta parole chiave, non sempre il contesto. Un commento ironico può essere rimosso mentre una minaccia velata passa indisturbata. Inoltre, la frammentazione delle piattaforme, con la crescita di app di messaggistica cifrata e canali Telegram, rende sempre più difficile il lavoro di chi indaga.

Servono strumenti nuovi e una collaborazione stretta tra forze dell'ordine, procure specializzate e società civile. L'Oscad in questo senso rappresenta un modello, perché unisce raccolta dati, formazione e supporto alle vittime.

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Come proteggersi concretamente dall'odio online

Chi subisce molestie digitali può adottare alcune precauzioni pratiche. La prima è documentare tutto: screenshot, URL, date. La seconda è denunciare subito, sia alla piattaforma sia alla Polizia Postale. La terza, spesso trascurata, riguarda la sicurezza economica e logistica della vittima.

Chi riceve minacce gravi talvolta deve cambiare abitudini, spostarsi, gestire spese impreviste. In questi casi avere strumenti finanziari agili fa la differenza. App come Satispay per pagamenti rapidi e tracciabili permettono di muoversi senza esporre dati sensibili delle carte, un dettaglio che in situazioni delicate conta più di quanto sembri.

Chi invece deve allontanarsi temporaneamente all'estero per motivi di sicurezza può valutare servizi professionali come Forexchange per il cambio valuta prenotabile online, che consentono di bloccare il tasso di cambio e ritirare la somma solo al momento della partenza.

La responsabilità collettiva

Liliana Segre ha posto una domanda precisa al ministro Piantedosi: va curato chi scrive quei messaggi o va curata lei? La risposta, ovviamente, riguarda chi diffonde odio. Ma la responsabilità non è solo individuale né solo istituzionale. Ognuno di noi contribuisce al clima pubblico con i propri silenzi, le proprie condivisioni, le proprie reazioni.

Rompere il meccanismo dell'indifferenza è il primo passo. Segnalare un commento, difendere una persona attaccata ingiustamente, educare i più giovani al rispetto online sono gesti piccoli ma decisivi.

Guardare avanti senza illusioni

La lotta all'odio online non si vincerà con una legge sola né con un algoritmo miracoloso. Richiede tempo, costanza e una cultura diffusa della responsabilità digitale. Il monito di Liliana Segre, pronunciato a 96 anni con la lucidità di chi ha attraversato il peggio del Novecento, dovrebbe ricordarci una cosa semplice. Le parole contano, feriscono, e talvolta uccidono. Ignorarle non è un'opzione.

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