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Il caso Garlasco continua a generare ramificazioni giudiziarie a quasi vent'anni dall'omicidio di Chiara Poggi. L'ultimo capitolo riguarda Massimo Lovati, ex difensore di Andrea Sempio, comparso il 26 maggio 2026 davanti al Tribunale di Milano per l'udienza pre-dibattimentale del processo che lo vede imputato di diffamazione nei confronti dello Studio Giarda. La sua linea è netta: nessun rito alternativo, nessuna messa alla prova, nessun patteggiamento. Una scelta che rivela una strategia precisa, destinata a trasformare il dibattimento in una cassa di risonanza per le sue tesi sulla presunta "macchinazione" del 2017.
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Una difesa che diventa attacco
La scelta di Lovati di non chiedere riti alternativi non è una mossa procedurale neutra. Rifiutare il patteggiamento significa pretendere un dibattimento pieno, con testimoni, documenti e contraddittorio. In altre parole, l'avvocato vigevanese vuole portare in aula proprio quello che secondo l'accusa avrebbe diffamato i colleghi: la tesi secondo cui l'indagine del 2017 su Sempio sarebbe stata "orchestrata" dagli investigatori dello studio difensivo di Alberto Stasi.
È una linea rischiosa. La diffamazione aggravata, contestata per dichiarazioni rese a numerose testate televisive nazionali, può comportare pene significative. Ma è anche una linea coerente con la postura mediatica che Lovati ha tenuto negli ultimi mesi, quando il caso Garlasco è tornato al centro del dibattito pubblico grazie alla riapertura delle indagini sul fronte Sempio.
Il nodo del prelievo del DNA nel 2016
Il cuore della contestazione mossa da Lovati riguarda il presunto prelievo "clandestino" del DNA del suo assistito nel 2016, che secondo la sua ricostruzione sarebbe stato effettuato dagli investigatori operanti per conto della difesa Stasi. Su questa base si sarebbe poi costruita l'inchiesta del 2017, archiviata e oggi parzialmente confluita nel nuovo procedimento.
Qui sta il punto giuridicamente più delicato. Se davvero esistesse una continuità investigativa tra 2017 e 2026, come lo stesso Lovati sostiene, la questione della legittimità del materiale probatorio originario diventerebbe centrale anche per il processo principale, quello sull'omicidio di Chiara Poggi. Non a caso, l'avvocato ha annunciato che "più avanti" potrebbe rilasciare nuove dichiarazioni proprio su quel periodo.
Querela e libertà di critica giudiziaria
La querela presentata da Enrico e Fabio Giarda, figli del professor Angelo Giarda storico difensore di Stasi, solleva un tema classico del diritto penale dell'informazione: dove finisce il diritto di critica del difensore e dove inizia la diffamazione. La giurisprudenza italiana riconosce ai legali un margine ampio quando intervengono su vicende processuali di interesse pubblico, ma quel margine si restringe sensibilmente quando si attribuiscono condotte penalmente rilevanti a colleghi identificabili.
Definire l'inchiesta del 2017 come "frutto di una manipolazione organizzata" è un'affermazione fattuale, non una semplice opinione. Ed è proprio su questa distinzione che si giocherà il processo davanti al pm Fabio De Pasquale.
Cosa aspettarsi nei prossimi mesi
Dal punto di vista mediatico, il rifiuto del rito alternativo garantisce mesi di copertura televisiva e digitale. Per chi segue il caso, vale la pena distinguere tra tre piani che spesso vengono confusi: il procedimento per l'omicidio di Chiara Poggi, l'inchiesta riaperta su Andrea Sempio, e il processo per diffamazione a carico di Lovati. Sono fascicoli connessi ma autonomi, con regole probatorie e tempi diversi.
È utile anche ricordare che la sentenza definitiva su Alberto Stasi, condannato in via definitiva nel 2015, resta in vigore. Le nuove indagini non costituiscono di per sé una revisione del processo, ma un binario investigativo parallelo che, per produrre effetti sulla condanna, dovrebbe seguire un percorso processuale autonomo e molto più stringente.
Una vicenda che insegna
Il caso Garlasco, oltre l'aspetto cronachistico, mostra quanto sia delicato l'equilibrio tra esposizione mediatica e tutela processuale. Le dichiarazioni rilasciate fuori dai tribunali, davanti alle telecamere, possono avere conseguenze giuridiche pesanti. È una lezione che vale per gli avvocati, ma anche per chi commenta sui social. La prudenza, in questi contesti, non è solo una virtù: è una forma di tutela legale concreta.